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Ghirlandaio_Nativita

«Se tutto un infinito / ha potuto raccogliersi in un Corpo / come da un corpo / disprigionare non si può l’immenso?», si chiedeva Alda Merini in uno dei suoi Piccoli canti in cui contemplava il mistero del Dio fatto uomo. Un altro poeta, Novalis, in uno dei suoi Canti spirituali chiede a Dio il dono di Cristo con una preghiera che si fa invocazione accorata: «…lascialo uscire dalle tue braccia…Spingilo fuori fra le nostre braccia…lascialo scendere quaggiù…percorra il nostro edificio terreno…La terra muove, cresce e vive, / ogni cosa anela piena di spirito / ad accogliere amorosa il Salvatore / e intero gli offre il proprio cuore». La Parola eterna di Dio, fattasi carne in Cristo Gesù, ora è la Parola proclamata dalla Chiesa. Come prese dimora in Maria che l’accolse nel suo seno, così, oggi, prende dimora anche nel cuore del credente che l’ascolta. Questo mistero è stato scolpito negli anni ’60 del Duecento da Nicola Pisano nel pulpito del Duomo di Siena, famoso anche per il suo splendido pavimento in cui gli artisti hanno voluto dare voce alla sapienza umana, ai semina Verbi sparsi nella storia del mondo. Rispetto al precedente pulpito realizzato dallo stesso artista per il battistero del Duomo di Pisa, ultimato nel 1260, quello di Siena presenta importanti differenze non solo architettoniche e strutturali, ma anche stilistiche.
Nel pulpito senese, ad esempio, le scene sono molto affollate e i personaggi, spesso colti in pose e in atteggiamenti perfino convulsi, sono disposti su diversi piani sovrapposti che conferiscono un maggiore realismo prospettico alla rappresentazione. Il tutto può apparire a prima vista confuso, ma in realtà la ricchezza e la varietà delle pose, dei gesti e delle espressioni aiuta a comprendere meglio come il mistero dell’Incarnazione sia avvenuto nel tempo e nello spazio, in quel tempo e in quello spazio ben precisi di cui ci parlano i vangeli. Si potrebbe dire che si è realizzato nella confusione e nel caos della storia e nel bel mezzo del movimento inarrestabile del mondo e degli eventi; nella “ferialità” e nell’anonimità della storia degli uomini. L’Incarnazione, infatti, non è la sospensione della storia, né è una pausa o un intervallo sacro che s’incunea nello scorrere indifferente e ininterrotto della storia profana, ma è il mistero di Dio che è entrato nella carne e nel tessuto del mondo, nelle pieghe della storia e nel flusso del tempo, per dare pienezza e senso a tutte le cose, per donare vita e salvezza all’uomo e all’universo intero. La nascita di Cristo, pertanto, avviene dentro la storia comune degli uomini. Per questo Giovanni nella sua Prima Lettera può affermare che la sua missione consiste nell’annunziare «ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con il nostro occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile)» (1Gv 1,1-2). Quella Gloria del Figlio unigenito “che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (cf. Gv 1,14) si è manifestata agli uomini e dunque può e deve essere annunciata affinché tutti gli uomini abbiano in Cristo «e grazia su grazia» (Gv 1,16).
Nel Natale del 1978, nel suo primo messaggio Urbi et Orbi, Giovanni Paolo II usava parole che ancora oggi risuonano nella loro assoluta attualità soprattutto in riferimento al convegno ecclesiale di Firenze: «Questo messaggio lo rivolgo ad ogni uomo; all’uomo; all’uomo, nella sua umanità. Natale è la festa dell’uomo. Nasce l’Uomo. Uno dei miliardi di uomini che sono nati, nascono e nasceranno sulla terra. L’uomo, un elemento componente della grande statistica. Non a caso Gesù è venuto al mondo nel periodo del censimento; quando un imperatore romano voleva sapere quanti sudditi contasse il suo paese. L’uomo, oggetto del calcolo, considerato sotto la categoria della quantità; uno fra miliardi. E nello stesso tempo, uno, unico e irripetibile. Se noi celebriamo così solennemente la nascita di Gesù, lo facciamo per testimoniare che ogni uomo è qualcuno, unico e irripetibile. [Per Dio] e di fronte a lui, l’uomo è sempre unico e irripetibile; qualcuno eternamente ideato ed eternamente prescelto; qualcuno chiamato e denominato con il proprio nome». Lo sguardo che contempla il Bambino Gesù nato a Betlemme di Giudea, contiene in sé anche l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, creato e ricreato a immagine di Cristo, l’uomo nuovo, l’uomo ultimo. È uno sguardo che riconosce in Maria la creatura più bella perché più somigliante al suo Figlio Gesù: «Se tu non fossi stata, in tua fattura, / solo umiltà, – come poteva, o Donna, / accader l’ineffabile prodigio, / che illumina la Notte all’improvviso?…Ma il Bimbo che ti splende, ora, nel grembo, / (domani lo saprai!) conduce e dona / la Gioia che non passa e che si eterna», scrive infatti Rainer Maria Rilke ne La nascita di Gesù.