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In occasione del convegno catechistico regionale, ecco la riflessione di Pietro Scardilli dal titolo La Chiesa riceve e dona la fede?.

1. Da dove partire?
Se facciamo attenzione alla concreta esperienza della fede, rileviamo due punti di vista:

  •  da una parte si diviene credenti solo perché altri hanno già vissuto questa fede in precedenza, l’hanno raccontata, annunciata e insegnata…;
  • dall’altra parte solo chi già crede può donare la fede, può trasmetterla, può realizzare l’annuncio e la trasmissione del Vangelo.


Nel Credo la Chiesa appare anzitutto come soggetto della fede. Certo, sono sempre i singoli credenti che dicono «io credo» o «noi crediamo»; se però si segue la spiegazione teologica della professione di fede dell’antichità e del Medio Evo, è sempre la Chiesa il vero soggetto che qui parla.
«Io credo»: è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo.

«Noi crediamo»: è la fede della Chiesa confessata dai Vescovi riuniti in Concilio, o, più generalmente, dall’assemblea liturgica dei credenti. «Io credo»: è anche la Chiesa, nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire: «Io credo», «Noi crediamo» (Catechismo della Chiesa cattolica, 167).
In linea di principio solo nella comunità è possibile la fede.
Così si esprime ancora il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 166:
La fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri.

Individuato il punto di partenza, adesso, il mio intervento sarà scandito da due linee di riflessione:
1. non c’è Cristianesimo/Chiesa senza comunicazione della fede (il fine della trasmissione della fede: l’incontro con Cristo);
2. non c’è comunicazione della fede senza Chiesa (lo stile della trasmissione della fede).
2. Non c’è Cristianesimo/Chiesa senza comunicazione della fede
Poiché la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo essa si deve trasmettere lungo i secoli. È attraverso una catena ininterrotta di testimonianze che arriva a noi il volto di Gesù […]. La persona vive sempre in relazione. Viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri.
E anche la propria conoscenza, la stessa coscienza di sé, è di tipo relazionale, ed è legata ad altri che ci hanno preceduto:
in primo luogo i nostri genitori, che ci hanno dato la vita e il nome. Il linguaggio stesso, le parole con cui interpretiamo la nostra vita e la nostra realtà, ci arriva attraverso altri, preservato nella memoria viva di altri. La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande. Avviene così anche nella fede, che porta a pienezza il modo umano di comprendere. Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo
una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è
la Chiesa (Lumen fidei, 38).
Il cristianesimo si perpetua ed è vivo basandosi su un principio vitale, che ha attraversato i secoli: la traditioredditio fidei. La Chiesa stessa non esiste se non attraverso un processo di tradizione-recezione. È in questa duplice azione strutturante (annuncio e accoglienza) che essa è costituita. È così che vi è da una parte un primo gruppo, gli attori della tradizione, coloro che
– dicono la Parola con franchezza (At 4,31),
– rendendovi testimonianza (At 14,3),
– l’annunciano al popolo (At 5,20; 13,5; 14,25; 15,35.36; ecc.),
– discutono (At 17,2)
– e insegnano la Parola (At 18,11),
– la servono (At 6,4),
– vi si consacrano interamente (At 18,5), e, d’altra parte, i riceventi, coloro
– a cui è indirizzata (At 13,46),
– che ne sono gli uditori (At 4,4),
– l’ascoltano (At 10,44; 13,44),
– desiderano intenderla (At 13,7; 19,10),
– l’accolgono (At 2,41; 8,14; 17,11),
– la ricevono (At 11,1),
– vi prestano attenzione (At 8,6),
– sono toccati dalla Parola (At 13,40)
– o che vi si oppongono (At 13,45).
Il recente Sinodo sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana ci ha ricordato che
è necessario maturare all’interno del popolo di Dio una maggiore consapevolezza del ruolo della Parola di Dio, della sua potenza rivelatrice e manifestatrice dell’intenzione di Dio verso gli uomini, del suo disegno di salvezza. C’è bisogno di una maggiore cura della proclamazione della Parola di Dio nelle assemblee liturgiche e una dedizione più convinta al compito della predicazione. Serve un’attenzione più consapevole e una fiducia più convinta nel ruolo che la Parola di Dio può svolgere nella missione della Chiesa, sia nel momento specifico dell’annuncio del messaggio di salvezza che nella posizione più riflessiva dell’ascolto e del dialogo con le culture. I Padri sinodali hanno riservato un’attenzione particolare all’annuncio della Parola alle nuove generazioni. «[…] dobbiamo aiutare i giovani ad acquistare confidenza e familiarità con la sacra Scrittura, perché sia come una bussola che indica la strada da seguire. Per questo, essi hanno bisogno di testimoni e di maestri, che camminino con loro e li guidino ad amare e a comunicare a loro volta il Vangelo soprattutto ai loro coetanei, diventando essi stessi autentici e credibili annunciatori (cit. da Benedetto XVI, Verbum Domini, 104)» (Lineamenta, 13).

Se la Chiesa è in qualche modo il “prodotto” dell’annuncio, ne è ugualmente il vettore.
1. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11,23);
2. «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5).
3. «…le cose che hai udito da me davanti a molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali a loro volta siano in grado di insegnare agli altri» (2Tm 2,2).

3. Non c’è comunicazione della fede senza Chiesa
È impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’io del fedele e il Tu divino, tra il soggetto autonomo e Dio […]. È possibile rispondere in prima persona, credo, solo perché si appartiene a una comunione grande, solo perché si dice anche crediamo (Lumen fidei, 39).

Il fine di tutto il processo di trasmissione della fede è l’edificazione della Chiesa come comunità dei testimoni del Vangelo.

Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore. Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso tentato dagli idoli, essa ha sempre bisogno di sentir proclamare “le grandi opere di Dio”, che l’hanno convertita al Signore, e d’essere nuovamente convocata e riunita da lui. Ciò vuol dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo
(Evangelii nuntiandi, 15).

La comunità cristiana deve ri-vivere come Gesù. Deve continuamente riproporre il “modo di procedere” di Gesù. Non solo dovrà fare quello che ha fatto Gesù, secondo un criterio di ripetizione meccanica, ma è invitata a saper fare come ha fatto Gesù, ad agire secondo il Suo stile.
Il Verbo si è fatto carne ma alla fine sarà la nostra carne a diventare Verbo; è attraverso di noi che il Verbo di Dio parla ancora: quale grande responsabilità ci è data!
L’Apostolo Paolo scrivendo alla comunità cristiana di Corinto, ma queste parole valgono per ogni Chiesa, esclamava:
La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani (2Cor 3,2-3).
Lettera conosciuta e letta da tutti gli uomini! Chiamati ad essere parola luminosa, parola esclusivamente d’amore.
Per trasmettere un contenuto meramente dottrinale, un’idea, forse basterebbe un libro, o la ripetizione di un messaggio orale. Ma ciò che si comunica nella Chiesa, ciò che si trasmette nella sua tradizione vivente, è la luce nuova che nasce dall’incontro con il Dio vivo, una luce che tocca la persona nel suo centro, nel cuore, coinvolgendo la sua mente, il suo volere e la sua affettività, aprendola a relazioni vive nella comunione con Dio e con gli altri (Lumen fidei, n. 40).
Per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione […].
È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzi tutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta (Evangelii nuntiandi, n. 41).

Fare esperienza di Cristo è il fine della trasmissione della fede da condividere con i vicini e i lontani. Essa ci sprona alla missione.
1. Quanto le nostre comunità cristiane riescono a proporre luoghi ecclesiali che siano strumento di esperienza spirituale?
2. Quanto i nostri cammini di fede hanno come obiettivo non la sola adesione intellettuale alla verità cristiana, ma riescono a far vivere esperienze reali di incontro e di comunione, di “abitazione” nel
mistero di Cristo?
3. In che modo le singole Chiese hanno trovato soluzioni e risposte alla domanda di esperienza spirituale che attraversa anche le giovani generazioni di oggi?

La Parola e l’Eucaristia sono i veicoli principali, gli strumenti privilegiati per vivere la fede cristiana come esperienza spirituale.
4. In che modo le nostre comunità esprimono la centralità della Parola di Dio e dell’Eucaristia (celebrata, adorata), e a partire da essi strutturano le loro azioni e la loro vita?
5. Dopo decenni di forte effervescenza il campo della catechesi mostra segni di fatica e di stanchezza, anzitutto a livello dei soggetti chiamati a sostenere e ad animare questa azione ecclesiale. Qual è
l’esperienza concreta delle nostre Chiese?
6. Come si è cercato di dare riconoscimento e solidità all’interno delle comunità cristiane alla figura del catechista? Come si è cercato di dare concretezza ed efficacia al riconoscimento di un ruolo attivo anche ad altri soggetti nel compito di trasmissione della fede (genitori, padrini, la comunità cristiana)?
7. Quali iniziative sono state pensate a sostegno dei genitori, per incoraggiarli in un compito (la trasmissione, e di conseguenza la trasmissione della fede) che la cultura riconosce sempre meno come loro affidato?