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Secondo le parole della preghiera recitata da papa Francesco dinanzi alla statua dell’Immacolata a Piazza di Spagna nel dicembre 2013, contemplare Maria Immacolata non comporta affatto distogliere lo sguardo dal mondo e dalle sue ferite, ma vuol dire piuttosto riconoscere in Lei quella creatura umana che ci aiuta a non smarrire «il significato del nostro cammino terreno». Nell’opera di Piero di Cosimo realizzata intorno al 1503 e ora alla Galleria degli Uffizi di Firenze, la Madonna è come rapita in un raggio di luce che proviene dall’alto. Il suo sguardo e il suo corpo sono protesi verso il cielo, in perfetto accordo con il suo animo attratto nella comunione con Dio. Essa, nondimeno, è circondata da un paesaggio realistico e da una natura rigogliosa perché ciò che le è accaduto riguarda in definitiva l’intero creato che vede in lei l’inizio di quella piena manifestazione dei figli di Dio a cui aspira impazientemente per essere finalmente riscattato dalla corruzione e dalla morte a cui, senza suo volere, è stato sottomesso (cf. Rm 8,19-23). La Vergine, inoltre, poggia i piedi su un sepolcro da cui sembra uscire, segno della sua vittoria sul peccato e sulle sue conseguenze. Si tratta di un sarcofago monocromo su cui è inciso l’annuncio da parte dell’angelo della nascita del Redentore per i cui meriti è stata preservata dalla macchia della colpa. Quello di Pietro di Cosimo è un dipinto noto come Immacolata Concezione, ma anche come Incar­nazione di Cristo, perché in esso l’artista è riuscito a raffigurare in una sola scena il mistero dell’immacolato concepimento di Maria in rapporto al mistero dell’Incarnazione del Verbo. Due momenti dell’unica storia della salvezza, l’uno in vista dell’altro. Le vesti della Madonna richiamano l’armonia dell’umano con il divino (il rosso dell’abito con blu del mantello), mentre il verde del risvolto evoca il creato che in Cristo è stato assunto e salvato. Fa da sfondo, ancora una volta, una natura ricca e una vegetazione vivace, simbolo della nuova primavera in cui oramai è posta la creazione redenta da Cristo.
Lo Spirito Santo scende su Maria in forma di colomba e come benedizione su tutto il creato. Con la sua presenza lo Spirito vivifica e rigenera tutte le cose perché anche la terra, raggiunta dalla grazia nell’Immacolata Vergine Maria, è trasformata ed è fatta germe della creazione nuova. Maria è ricolmata della grazia divina; il suo grembo, “arca della nuova alleanza”, è gravido, come mostra il gesto della mano che la Vergine posa delicatamente sul suo seno. Attraverso Maria Immacolata, ci è stato donato Cristo, autore della vita, nel quale è giunta la pienezza del tempo (cf. Gal 4,4). I cieli che il peccato della prima donna avevano chiuso, adesso, per il sì della Nuova Eva, si riaprono dinanzi al miracolo della salvezza dell’umanità peccatrice. I santi testimoni che assistono alla scena rappresentano l’intera comunità dei credenti che in Maria Immacolata contempla il destino ultimo dell’umanità. La sua esistenza è stata segnata dall’ascolto della Parola, come dimostrano gli episodi evangelici narrati dalle scene che arricchiscono lateralmente l’opera: dalla natività di Gesù all’annuncio ai pastori alla fuga in Egitto.
Clemente Rebora nell’ode L’Immacolata immagina che il Paradiso sia inondato dalla luce proiettata da Maria, la Tuttabella, perché in lei si riflette la bellezza del Verbo, suo figlio. Questa luce raggiunge il mondo e lo trasferisce nella sua pienezza finale: «Della gloria di
Lei Egli gioiva /
mentre ponendo i
cardini del mondo
/ il ciel voltava
sull’informe abisso». In Maria Immacolata che ha trovato grazia presso Dio e che è stata coperta dall’ombra dell’Altissimo (cf. Lc 1,35), «tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio» (Sal 98,3). In Lei, preservata dal contagio della colpa, Dio ha manifestato il disegno di elezione in Cristo nel quale «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale [e] ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,3). In questa luce vanno rilette le parole di Severo d’Antiochia: «Lo stesso Dio Verbo, quando è stato concepito ed è nato secondo la carne, ha reso Maria Madre di Dio in quanto lei ha generato il Verbo dotato di un corpo, ed essa è invocata in modo bello e ammirabile. Perché il mistero è proprio questo, cioè la vittoria di quanto c’è di buono, l’innalzamento della nostra stirpe e l’ascesa verso le virtù» (Omelia cattedrale, XIV).